Il “mondo del vino” raccontato da Paolo Parrinello, professionista innamorato del proprio lavoro.

In questa lunga intervista Paolo Parrinello, vero e proprio amante del vino nonché grandissimo professionista, ci aiuta a comprendere il “mondo del vino”, analizzando, con precisione, tutte le sue sfaccettature.

Iniziamo dunque a leggere questa interessante intervista.

Come è nata la sua passione verso il vino?

La passione del vino è nata in me da ragazzo grazie alla mia terra, la Lunigiana, piccola zona all’estremo nord della Toscana, quel cuneo che si insinua fra Liguria ed Emilia. Proprio lì esiste un patrimonio ampelografico unico, si parla di oltre 100 vitigni autoctoni.

Da Pontremoli a Fivizzano, passando per Mulazzo e Villafranca In Lunigiana, era possibile trovare piccoli vigneti ovunque ed ognuno aveva peculiarità e caratteri unici.

Fino a 10 anni fa circa esisteva un campo sperimentale realizzato in collaborazione con l’Università degli Studi di Pisa, con il fine di preservare i varietali autoctoni, ma purtroppo è andato ormai perduto e con esso un patrimonio ampleografico unico.

Negli anni poi ho iniziato ad assaggiare alcuni vini, dai più famosi ai più sconosciuti, fino ad avere la possibilità di lavorare in una prestigiosa struttura alberghiera in provincia di Grossetto, il Golf Hotel di Punta Ala, ed essere affiancato a Cristiana Chiappara, una delle migliori Food&Beverage Manager con le quali abbia avuto l’onore di lavorare, la quale mi ha aiutato ad entrare a capo fitto nel mondo vino.

Quali sono state le tappe della sua formazione?

Il mio percorso ufficiale nel vino ha inizio nel settembre 2011, quando decisi di iniziare i corsi di Sommelier con AIS Italia nella Delegazione Tigullio Portofino, perché sentivo che la passione era forte, ma con una solido percorso didattico, avrebbe potuto dare risultati migliori, e così è stato.

Ho concluso il percorso AIS nel febbraio 2013, conseguendo poi nel 2014 il diploma di Degustatore Ufficiale AIS e nel 2015 con il Diploma in Tecniche di Servizio.

Ma avevo ancora voglia di migliorarmi e quindi decisi di intraprendere un ultimo grande viaggio, così nel settembre 2014 decisi di iniziare il Master ALMA AIS in comunicazione del vino, un master nato dalla collaborazione fra ALMA Scuola internazionale di Cucina di Gualtiero Marchesi e AIS Italia.

Un percorso unico, che consiglierei a chiunque, impegnativo perché sono 9 mesi di studio approfondito, viaggi studio, lavoro di squadra, ma è grazie a questo Master che sono maturato ed ho potuto realizzarmi come Sommelier e comunicatore del vino.

Ma la formazione va fatta anche sul campo e quindi il merito va a due locali e a due persone uniche: il “Mulino del Cibus” di Castelnuovo Magra dove Giuliano Diamanti mi ha guidato nel mondo dei vini piemontesi e Toscani, e “U Fundu” di Sestri Levante nella incredibile figura di Omar Tealdi, il quale ha dato il via libera alla mia voglia di scoprire i vini più territoriali che abbia mai bevuto.

Quali caratteristiche ricerca nei vini che acquista?

Nei vini che scelgo cerco e spero sempre di trovare la godibilità nel berli: per me è tutto!

Un vino deve essere scorrevole, deve essere l’esaltatore del piatto scelto o deve allietare ad ogni sorso se bevuto fuori pasto.

Però prima di tutto deve essere espressione del territorio e del vignaiolo, altrimenti bevo una bibita.

Come giudica il consumatore attuale?

Domanda non facile.

Nella media il consumatore attuale è molto più preparato rispetto a soli 5 anni fa, è curioso, studia e cerca sempre qualcosa di particolare, ma ovviamente ancora molti si approcciano al vino ponendo come prima condizione il prestigio del nome riportato sulla bottiglia.

La cosa più bella degli ultimi 2/3 anni è però la curiosità dei più giovani, che preferiscono un calice di buon vino alle bibite alcoliche, perché anche il giovane consumatore vuole bere qualcosa che possa raccontare un territorio, persone vere e i sacrifici che solo una bottiglia di vino può contenere.

Ritiene che tutte queste nuove “categorie” di vini (biologico, naturale, tripla A, vegan, etc.) possano essere utile a fare chiarezza o possono creare confusione nel consumatore medio?

Questa è la sfida di chi si pone fra produttore e consumatore finale.

I disciplinari, i regolamenti UE e l’abuso di termini come biologioco e naturale non possono aiutare il consumatore finale; purtroppo ci sono interessi economici e di marketing che hanno la meglio e quindi creano intenzionalmente idee errate su determinati tipi di vino; in altri casi, come per i vini biodinamici o i cosidetti “naturali” la colpa è da ricercare in parte anche nei produttori: infatti anni fa alcuni di loro iniziarono a presentare sul mercato dei vini con difetti di lavorazione molto evidenti, presentandoli però come carattere tipico del vino.

Il problema adesso è sul termine biologico perché vuol dire tutto e non vuol dire nulla; infatti con biologico si intende un vino realizzato utilizzando solo prodotti certificati biologici, ma trattasi, soprattutto nella fase di vinificazione, sempre di prodotti che vengono addizionati al vino, alterandone il carattere tipico, per cui qui va ben distinto chi usa elementi basilari come la so2 e chi addiziona sostanze autorizzate che però vanno ad alterare il prodotto della vite.

Vini monovarietali o polivarietali. Lei da che parte sta?

Personalmente preferisco i monovarieali, perché il vignaiolo che decide di impiantare un determinato varietale in precise condizioni pedoclimatiche, lo fa per ottenere il massimo da quell’uva, per cui sarà la massima espressione.

Ovviamente apprezzo molto anche gli uvaggi, però solo quando ritengo che i monovarietali, anche nella loro massima espressione, raggiungano punte di eccellenza in uvaggio, come ad esempio per l’unione di Nero d’Avola e Pignatello, l’assemblaggio tra Pinot Nero e Chardonnay per le grandi basi spumante degli Champagne o il mix Nerello Mascalese, Nerello Cappuccio e Nocera della denominazione Faro Superiore.

Come giudica i vini italiani rispetto al competitor tradizionale (rectius Francia) e ai nuovi paesi emergenti (Cile, Sud Africa, Australia, Nuova Zelanda, etc.)

Sembrerò patriottico, ma il vino italiano sta prendendo il posto che si merita al vertice della piramide mondiale.

Il nostro territorio non ha eguali a livello di varietali, condizioni pedoclimatiche uniche.

Ogni vino affonda le radici nella tradizione, ad ogni vino è legata una cucina dai mille volti e ogni cucina internazionale trova nel vino italiano il perfetto compagno di viaggio.

Quali sono i suoi progetti per il futuro?

Dopo tre anni meravigliosi e di grande importanza per il mio background professionale in Sicilia, precisamente a Marsala, presso l’azienda agricola Barraco, dove ho capito il vero significato di fare il vino SOLO con l’uva e di raccontare con un sorso un territorio, le persone e la tradizione, il cuore mi ha riportato a casa, dove oltre a seguire un piccolo progetto di azienda vitivinicola, ho ricevuto una meravigliosa offerta lavorativa dalla Vini Rossetti di Lavena Ponte Tresa.

I titolari Mattia Della Torre e Fabrizio Angeri hanno deciso di darmi fiducia per continuare a tenere alto il nome di questa prestigiosa Enoteca, da oltre 30 anni faro nel mondo del vino in Nord Italia e Svizzera, sviluppando la parte di degustazioni tematiche, corsi di formazione, distribuzione e poi chi lo sa.

Inoltre avrò la possibilità di lavorare on Eleonora Martinelli, mia compagna di Master ad Alma, nonché la miglior narratrice di vino che abbia mai conosciuto e meravigliosa persona ed amica.

Vedremo cosa succederà ma le premesse sono stupende.

Un’ultima domanda? Qual è il suo vino/vitigno preferito? Cosa consiglia ai lettori di artevinopassion.com?

Il mio vitigno preferito è senza dubbio il Nebbiolo in tutte le sue sfumature, anche se il cuore mi porta sempre alla Chiavennasca, ovvero il nome attribuito al Nebbiolo in Valtellina; eleganza, profondità, camaleontico nel bicchiere e qui non posso non citare la mia cantina preferita ovvero ArPePe, dove Isabella, Emanuele e Guido hanno portato avanti la tradizione del padre dando vita a veri e propri capolavori.

Il mio preferito è il Pettirosso 1997 e 1999, passando poi per il Sassella Rocce Rosse: che emozioni!

Però il Catarratto è l’altra metà del mio cuore; ho imparato a conoscerlo ed apprezzarlo nei miei 3 anni trascorsi in Sicilia e devo dire che l’eleganza e l’espressività che trasmette sono uniche.

In questo caso non posso che citare quella che per me è la sua massima espressione ovvero il Catarratto di Nino Barraco: vi potrei raccontare di tutto su questo vino ma quello che dovete fare è assaggiarlo perché sarà lui a parlarvi.

Il mio consiglio è di essere sempre curiosi, cercare la tradizione il coraggio e l’umanità nei produttori. Inoltre il consiglio è di andare in cantina a trovare i produttori, solo lì potrete percepire e imprimervi nella mente il vino e la sua bellezza.

Per farlo vi consiglierei di iniziare con queste: Stefano Amerighi (Cortona, Toscana), Bonavita (Faro Superiore, Sicilia), Marco de Bartoli e Barraco (Marsala, Sicilia), Fulvio Bressan (Farra d’Isonzo, Friuli), Gravner e Radikon (Oslavia, Friuli), Damijan Podversic (Gorizia, Friuli), Monte Dall’Ora (Castelrotto VR, Veneto), ArPePe (Sondrio, Lombardia), Falvio Roddolo (Monforte d’Alba, Piemonte), Burlotto (Verduno, Piemonte), Cascina Gasparda (Monferrato, Piemonte), Daniele Ricci (Costa Vescovato, Piemonte), La Distesa (Cupramontana, Marche), Vetua (Monterosso, Liguria), Casteldelpiano (Licciana Nardi, Toscana), Monastero dei Frati Bianchi(Fivizzano, Toscana), Cantine Barbera (Menfi, Sicilia), Emidio Pepe (Torano Nuovo, Abruzzo), Collecapretta (Spoleto, Umbria), La Stoppa( Piacenza, Emilia Romagna), Arianna Occhipinti (Vittoria, Sicilia), Eduardo Torres e Vini Scirto (Etna, Sicilia), Viteadovest e Dos Tierras, Marsala (Sicilia), Giovanna Morganti (San Felice, Toscana), Cà de Noci(Raggio Emilia, Emilai Romagna), A’Vita (Cirò, Calabria).

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